Coworking: perché e dove, a Milano

L’ultimo in ordine di tempo ha aperto poche settimane fa in via Aosta, zona Cenisio. Gli spazi di coworking a Milano stanno spuntando uno dopo l’altro, minacciando l’estinzione dell’ufficio tradizionale. Qualcuno l’aveva predetto, che il 2016 avrebbe segnato l’ascesa definitiva di questo nuovo modo di intendere il lavoro. Via scrivanie singole e porte chiuse: al loro posto spuntano open space, grandi tavoli da condividere, sale riunioni e stampanti in comune.

L’elenco degli spazi di coworking a Milano l’ha stilato la giunta Pisapia a marzo. La città della Madonnina ne conta 54. Non è la totalità delle realtà milanesi, ma solo quegli spazi che hanno richiesto la certificazione ufficiale al Comune, rilasciata in base a requisiti come i posti disponibili (almeno dieci), la presenza di banda larga o wi-fi e l’impegno a promuovere incontri, conferenze, approfondimenti tematici e workshop. Il Comune non si è limitato a fare da “aggregatore”, ma ha anche favorito la nascita di nuovi coworking. Nella convinzione che questi rappresentino una risposta innovativa e funzionale ai cambiamenti repentini del mondo del lavoro.

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Uno degli spazi coworking di Talent Garden (Tag)

Nel 2015, dunque, Palazzo Marino ha concesso incentivi economici sia ai coworking che ai coworkers. A questi ultimi sono stati riconosciuti rimborsi relativamente ai servizi utilizzati negli spazi certificati dal Comune. I titolari delle attività, invece, sono stati agevolati attraverso il cofinanziamento di arredi, attrezzature e interventi finalizzati a rendere i luoghi più fruibili da parte degli utenti. È stato invece prorogato fino al 31 dicembre 2016 il termine per presentare la domanda di inserimento nell’elenco dei coworking qualificati.

Come si diceva, i 54 spazi registrati a marzo non sono gli unici in città. A questi va aggiunta, ad esempio, la nuova sede di Impact Hub Milano, l’ultimo coworking (e incubatore di start up di innovazione sociale) ad aver aperto i battenti nel capoluogo lombardo. I posti a disposizione sono 200, i metri quadrati coperti 2000 con la possibilità in futuro di raddoppiarsi. Ma Milano ospita anche il coworking più grande d’Italia, Talent Garden (Tag). Co-fondato da Davide Dattoli, 25 anni, Tag è un network che oggi conta 14 campus per un totale di oltre mille professionisti “ospitati”, molti dei quali nomadi digitali.

Voglia di potersi gestire da soli tempo e luogo di lavoro, di spostarsi liberamente e organizzarsi autonomamente la giornata: questo è quello che spinge sempre più freelance a scegliere di lavorare in spazi condivisi. Oltre al beneficio di tagliare i costi e di trascorrere la giornata in un ambiente sociale, che stimola la creatività e lo scambio di idee. È difficile fare una stima di quanti liberi professionisti abbiano rottamato l’ufficio tradizionale e siano passati al lato oscuro degli spazi condivisi. Secondo Wired, a giugno 2015 il 23% dei dipendenti ha dichiarato di aver svolto parte del lavoro da remoto, una possibilità sempre più spesso concessa dalle grandi aziende. Se il trend dovesse continuare in questa direzione, entro il 2020 i tele-lavoratori saranno la metà del totale. Probabilmente non seduti sul divano di casa propria, ma al lavoro in qualche spazio di coworking.

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