Sharing economy e razzismo: Uber e AirBnb, abbiamo un problema

Le app di sharing economy mettono tutti d’accordo (almeno gli utenti, un po’ meno i concorrenti). A chi non piace trovare la casa per le vacanze su AirBnb o prenotare un passaggio in macchina su Uber? Eppure da uno studio condotto da MIT, Stanford e University of Washington e pubblicato lunedì, questi colossi della condivisione fomenterebbero le discriminazioni razziali. Uno schiaffo alla friendliness, alla retorica tutta sorrisi e cordialità che ostentano nel promuovere i propri servizi.

La ricerca in questione è stata condotta a Boston e Seattle su Uber e Lyft (servizio analogo al primo, per ora non disponibile in Italia). I ricercatori hanno creato profili su entrambe le app, alcuni con nomi tipicamente afroamericani, altri con nomi solitamente associati a bianchi. Per quanto riguarda Uber, gli utenti di colore si trovavano ad aspettare un terzo in più del tempo per un passaggio rispetto ad un bianco. Questo perché i guidatori possono visualizzare il profilo dell’utente solo una volta accettata la corsa: una volta visto che l’utente è afroamericano, spesso la prenotazione viene cancellata. Stessa cosa è accaduta con Lyft: i clienti con nomi black-sounding si trovavano ad aspettare di più, ma il numero delle cancellazioni era più basso. I ricercatori hanno attribuito questo dato al fatto che, su Lyft, i guidatori vendono fin da subito il profilo e la foto della persona che richiede il passaggio e possono quindi fare una selezione a monte.

Uber, fondata nel 2010 da Travis Kalanick e Garrett Camp, mette in collegamento autisti e passeggeri (Foto Justin Sullivan/Getty Images)
Uber, fondata nel 2010 da Travis Kalanick e Garrett Camp, mette in collegamento autisti e passeggeri (foto Getty Images)

Così hanno reagito le due società americane alle accuse di razzismo. «Grazie a Lyft le persone che abitano in aree non servite, dove storicamente i taxi si rifiutano di andare, possono ora usufruire di passaggi convenienti ed economici» ha detto il portavoce Adrian Durbin al Washington Post. «Crediamo che Uber stia aiutando a ridurre le ingiustizie in materia di trasporti, ma studi come questo ci fanno riflettere su come fare meglio» ha commentato al quotidiano Rachel Holt, capo di Uber per il Nord America.

I risultati della ricerca sono arrivati in concomitanza con un’altra notizia che oscura il successo delle app di sharing economy. Il 1 novembre AirBnb ha evitato una potenziale class action da parte di utenti che si sono sentiti discriminati dagli host, grazie alla decisione di un giudice federale di respingere la richiesta di Gregory Selden di fare causa alla società di San Francisco. Selden, 25enne afroamericano, si era visto rifiutare la prenotazione di una stanza a Filadelfia nel marzo 2015. Accorgendosi, però, che la stanza risultava ancora disponibile sul sito, aveva creato due profili con foto di persone bianche e aveva inoltrato due nuove richieste, questa volta accettate dal proprietario. A questo punto Selden ha lanciato l’hashtag #airbnbwhileblack, raccogliendo altre storie simili di discriminazione razziale. Da qui l’idea di far partire una class action, appellandosi al Civil Rights Act del 1964. Vista la decisione del giudice, però, Selden non potrà fare causa ad AirBnb.

Foto Andrew Harrer/Bloomberg via Getty Images
(Foto Andrew Harrer/Bloomberg via Getty Images)

In realtà AirBnb sta lavorando da tempo su soluzioni in grado di diminuire i casi di razzismo nella community. Posto che la presenza della foto dell’utente è necessaria per dare fiducia a chi sta dando in affitto la propria casa, la società sta valutando di ridisegnare il sito in modo da mettere più in evidenza le recensioni rispetto all’immagine dello user. Un’altra opzione sarebbe quella di bloccare le date per cui il proprietario ha dato l’indisponibilità ad un ospite sgradito, per non permettergli di affittare la stanza a qualcun altro.

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